Di recente, ho appena concluso un percorso spirituale, durato un anno intero, in cui ho lavorato con il concetto del Labirinto. Anzi, siamo precisi, per un anno intero sono stato dentro il Labirinto.

Non voglio dilungarmi nel raccontare come sia stato e cosa abbia fatto lì dentro: ne parlerò più in dettaglio nella prossima newsletter, quindi se sei curioso di saperne di più, iscriviti nel campo che trovi in fondo a questa pagina!

Ma guardando indietro all’anno passato, ora che sono appena uscito, mi rendo conto che la condizione prima e più evidente di cui ho fatto esperienza lì dentro è quella di essermi perso.

Entrare in un Labirinto vuol dire non sapere esattamente dove stai andando, quanta strada ancora hai davanti prima di raggiungere il centro, chi o cosa incontrerai. La sensazione è spiazzante, ti fa sentire scoperto, fragile, senza punti di riferimento. E, lo ammetto, per quanto sembri poco piacevole, è la cosa migliore che poteva capitarmi.

Perchè ho dovuto lasciar andare le mie sicurezze, i miei punti di riferimento e il bisogno quasi ossessivo di avere il controllo della situazione, di conoscere, prevedere, saper gestire la prossima cosa che accadrà. Tutto quello che potevo avere era la fiducia che il Labirinto mi avrebbe portato dove avevo bisogno di andare.

Ne parlo soprattutto da uomo, in una società in cui i modelli maschili sostenuti e approvati sono quelli di uomini sicuri di sè, decisi, che sanno quello che vogliono, che hanno padronanza della loro vita, il controllo della situazione, con un atteggiamento stoico verso le sfide e le difficoltà che incontrano. Di fronte ad un modello del genere, tutti noi uomini siamo spinti a mostrarci sicuri, decisi, solidi, che sanno già tutto prima e non hanno mai dubbi (avete presente con quanta difficoltà un uomo ammette di essersi perso in auto e di aver bisogno di chiedere indicazioni?!).

La verità è che, se siamo uomini che camminano un percorso personale, dobbiamo riconoscere che queste sono tutte cavolate. Che per camminare dobbiamo mettere in discussione noi stessi, le nostre certezze, i nostri punti di riferimento. Se vogliamo uscire da schemi già visti e già interpretati da altri, dobbiamo lasciare la possibilità che dietro la prossima curva possa esserci di tutto, che non sappiamo cosa la Vita ci sta portando, nè dove realmente stiamo andando. Forse da nessuna parte, forse solo e veramente dentro noi stessi.

La libertà vera che dobbiamo reclamare è quella di poterci perdere. Di poterci arrendere all’idea di non conoscere la strada, e di essere solo esploratori di un percorso nuovo e sconosciuto, perchè solo nostro.

Quello che è successo a me dentro il Labirinto, è che mi sono arreso, consegnato. Consegnato alla Vita, ai miei passi, al Labirinto che stavo percorrendo. Non avevo niente da tenere sotto controllo, niente da prevedere o da conoscere in anticipo. Potevo solo camminare, con gli occhi aperti ed il cuore aperto, oltre la prossima curva. Dubitando di tutto, di me stesso, del percorso, di quello che avrei incontrato.

Lì ho capito che la più grande qualità di un “pellegrino” è il dubbio più che la certezza, il lasciarsi andare piuttosto che il trattenere e il controllare, l’avere fiducia più che l’ossessione del controllo. Quello che è successo è che tutto è diventato più “possibile” nella mia vita, un sacco di cose nuove sono successe, un sacco di porte si sono aperte che prima neanche immaginavo possibili. Perchè per avere tutto sotto controllo, dobbiamo restare dentro il nostro recinto conosciuto, e non uscire mai.

Per questo, in una società che si aspetta che sappiamo sempre chi siamo e dove stiamo andando, che conosciamo sempre la strada, il mio invito più sincero è: perditi, guardati intorno come se fosse tutto nuovo, tutto misterioso, e tutto possibile.

E qualunque cosa incontrerai dietro la prossima curva, sarà un regalo della Vita.

“E questa è la semplice verità: che vivere è sentirsi persi. Colui che lo accetta ha già iniziato a trovare se stesso, a stare su un terreno solido. Istintivamente, come il naufrago, si guarderà intorno in cerca di qualcosa a cui aggrapparsi; e quel tragico, spietato sguardo, assolutamente sincero perchè ne va della sua sopravvivenza, lo porterà a mettere ordine nel caos della sua vita. Queste sono le uniche idee genuine, le idee del naufrago. Tutto il resto è retorica, atteggiamento, farsa”

S. Kierkegaard

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